Rosso Halarà 2019, Halarà - Calendario dell'Avvento, giorno 15

In Sicilia, tra vigneti abbandonati e lavori a più mani e menti, animate da un'unica filosofia: artigianalità, comunità e condivisione. Siamo a Marsala, e con il Progetto Halarà troviamo un vino portato a noi da ben 6 diversi vignaioli...

Halarà, un progetto di condivisione e comunità nel Mediterraneo

Se stessimo parlando di musica, oggi vi raccontaremmo dell'ultimo Concept Album di un Supergruppo Rock. Invece parliamo di vino e di produttori di vino, ma il senso alla fine non cambia di troppo.

Il progetto Halarà, di fatto, rappresenta lo stesso concetto: l'unione di diversi produttori e viticoltori, già conosciuti e affermati nei rispettivi territori, dedicati ad una vigna e alla produzione di vino da un'altra parte. Tutti insieme, tutti uniti da un grande spirito di condivisione e comunità.

Stiamo parlando di 6 vignaioli dai nomi non indifferenti: Nino Barraco (Barraco, a Marsala), Giovanni Scarfone (Bonavita, a Faro), Francesco Ferreri (Tanca Nica, a Pantelleria), Francesco De Franco (a'Vita, a Cirò), Corrado Dottori (La Distesa, a Cupramontana) e Stefano Amerighi (Stefano Amerighi, a Cortona).

Un gruppo di amici, di colleghi, che sotto la spinta di Nino Barraco si ritrova nel territorio Marsalese ad acquistare una vecchia vigna in co-proprietà, una vigna sull'orlo dell'espianto dopo il decesso del precedente proprietario.

Il nome Halarà vuole ricalcare l'origine mediterranea del vino e dei suoi attori, mutuando il termine greco scritto "Χαλάρα" (posto anche in etichetta). Un termine che porta il significato di "prenderla con calma".

Ci troviamo quindi in Sicilia, nel territorio di Marsala, proprio nella zona di Barraco. Una vecchia vigna recuperata, di circa due ettari, divisa tra vitigni a bacca bianca e a bacca rossa.

A bacca bianca troviamo il Catarratto, vitigno tra i più rinomati della viticoltura siciliana. Ma è nel vitigno a bacca rossa che dobbiamo volgere il nostro sguardo e la nostra meraviglia, ed è questo che abbiamo scelto per il nostro Calendario dell'Avvento.


Halarà Rosso, il vino dall'antico vitigno Parpato

Un vitigno autoctono, nascosto, pressoché dimenticato, oggi definito "vitigno reliquia": è il Parpato, da alcuni in loco chiamato anche Quattro Rappe.

Una storia comune a molti altri vitigni minori, se ci pensiamo. Pochi ettari vitati, un minor appeal a livello di marketing e soprattutto in ottica di commercio internazionale, maggiori capacità di sviluppo e cura di vitigni già collaudati altrove. E così, spesso, molti vitigni finiscono per entrare nel dimenticatoio e perire con tutta la loro storia genetica.

Il Parpato è sicuramente tra le fila di questi, ma nel vino Rosso Halarà è invece ben presente e chiaramente percepibile in tutta la sua natura.

Del Parpato, nel marsalese, se ne trova traccia a inizio 1900, quando comincia ad essere coltivato al posto del Pignatello (chiamato anche Perricone) in alcune zone particolarmente aride e siccitose proprio per la sua capacità di adattamento maggiore a tali caratteristiche. Altro punto a favore di questo vitigno, a quei tempi (in cui la viticoltura era prima di tutto fattore economico di sussistenza) era la sua presunta elevata fertilità. Il suo secondo nome, Quattro Rappe, deriva proprio dalla possibilità di questo vitigno di portare ben quattro germogli a piena maturazione, garantendo un elevata resa di frutto su ogni singola pianta.

Nel Progetto Halarà il Parpato è coltivato nella tradizionale forma dell'alberello marsalese, e ogni processo di viticoltura e cantina vuole rifarsi alla più totale tradizionalità e naturalità dei processi. Non si tratta tanto di una questione di inseguire un concetto di "vino naturale" (che pure è, di fatto), quanto più un concetto comune a tutti i vignaioli facenti parte del progetto, e un modo per portare avanti la filosofia che ha mosso il progetto fin dall'inizio: artigianalità, condivisione, rispetto del tempo e del territorio circostante.

Il vino che ne deriva è un rosso di particolare freschezza, che ad aromi di frutta piuttosto scura (tratto che condivide con molti vitigni autoctoni siciliani) unisce sensazioni speziate e quasi affumicate totalmente uniche. A tonalità di spezia pungente si uniscono infatti note leggermente fumé e sapide, con toni balsamici e profondi. In bocca non rivela grande struttura né un corpo invadente, ma al contrario gioca tutto su una grande beva e un carattere dissetante. Tutte caratteristiche che lo rendono, forse non a caso, un vino piacevolmente adatto ad essere messo al centro di una tavolata di amici, e sbicchierato ferocemente durante le più leggere chiacchiere.


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Vi aspettiamo domani per il prossimo vino!

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